Only my Nismo
LA STELLA MALVAGIA

-LA CADENZA-
Il passo dell’idea miete lo sterminio della favola
profonda nella terra da cui provengo, annichila
il detto lo spot della facilità.
Non perdo aderenza, sfilo le penne del giudizio
il canto di Venere non tralascia, del suo indizio:
novità segreta alla posterità.
Percorro strade criminali, pene della fame e l’ira
crono storia dei miei fatti nella realtà a vista pura
il giro della mia storica verità.
E’ il fatto della street fame, lo sgaso del passo
in movimenti pendolari, coagulo dell’incasso
in quella quota, la possibilità.
Lascia i corpi stesi a terra, chi è rimasto in guerra
lucida le stive con il sangue, non ci riesce non ferra
il passo in cui cresce la realtà.
E’ il vacillo democratico di questa proposta oscura
la lacrima di pietà, scava il pudore e posa Pandora
eccelle i vizi senza dosi di pietà.
Mostra dell’ingiocabile, scontro segreto dei talenti
stelle prostituite alla merce, non io nei frangenti
e mantengo il passo, la priorità.
Non cresco tra selci d’oro, provengo dagli ottanta
le rape in banca, anni di piombo, non l’ho venduta
l’anima, a lusso e formosità.
L’aria dipinge la corona del Poeta, il ritmo esecutivo
della fine della tradizione, pillo rimasto ben vivo
di sua Arte e fredda verità.
L’Arte d’oro dei canti nascosti, la vicenda sporca
di piatti vecchi, il cappio l’ho scampato in forca
con le mie mani, d’astuzia,
nelle prigioni dove ho vissuto, sulle strade dove
miete il secolo, il cerbero che scanna l’amore
non ho perso, ad alta quota
il passo della mia penna, sulla rotta maceria
di un impero sgrezzato pulito e abbellito
non per me, resta la brezza
della mattina nera in cui feci la grossa giunta
del successo di Erotica, senza cadere morta
nella movida della certezza.
La dittatura preme il verbo sulla fronte
come una Beretta calda sui patiboli,
le anime delle beate si perdono in lacrime
il disgelo migra i pensieri alle isole
sotto colpi di copertura agli stimoli
cannibali dei carcerieri delle nuove Ninive.
Potresti offrirmi una paglia sullo spettacolo
macabro e cadente, dalla forma allegorica
di un atto impunito commesso dalla legge.
Non esegue il lusso di un ribelle
i cieli blu neri della notte, zolle
di anarchia nella calce degli artisti.
I pianti delle betulle sulle piogge invernali
sono i desideri delle fanciulle falciati
dai cani che mordono le loro caviglie.
Non avranno cieli queste nuvole, dove
non c’è il pensiero di fare presto
dove portare questo lamento d’oro
alle porte di chi cerca un lavoro,
ai meticci che mi circondano.
La paghi la vita nelle sue sfumature,
rovente come un coltello nel cuore.
Scavalca l’odore di marcio e ondeggia
come una serpe, tra le strade di Paris
il colpo grosso della vecchia volpe.
Non cercano l’oro questi assassini
sono le matrici delle opere che rubano.
Nascoste negli scrigni nei caveau
per cui avere l’ardore di fare un Caravaggio:
non avresti il segreto della pace, sulle scale
dei cieli dipinti dalla luce.
Presto batte giustizia l’Angelo nero
il petalo meraviglioso che dà lumen
il valico che scrosta il monte
per quelle teorie rocciose come le leggi.
Pubblica in segreto il costo del sangue,
il pittore delle Tempeste in ceneri
di pietra, la forte pressione del male.
Colpisce il cuore svelto e scappa
con i fardelli dei puritani, le code
delle fenici mozzate per aggredire
la rima dei primi talenti, per palpare
i reali boschi delle Ninfe dell’Altare.
Prima la volta, dei ciechi addii
ai paccheri bolliti nei veleni accesi
delle Matrone predicanti il Lusso.
Così esce il dolore come una pomata,
dalla ferita nel cuore di un angelo nero
condannato e sopravvissuto, alla scure
alla malvagità al crimine di queste strade,
al giro della zoccola che taglia le cervella.
Splende come un diamante, il brillìo
selvaggio del flow nel meridiano, sul conto
servito da pagare, a chi ha pena e costo
di questa mia maldicenza. E così fu fatto
della fama tra gli asfalti, il pieno cemento
mattone della legge del mio Underground.

-LA COLPA-
Le nocche in faccia al tramonto, il patto
tra forma e stile diventa un drago
tatuato nel tao della ballata che ho incolpato.
Chi non ha senso di ritenersi artista,
chi ha disprezzato l’Arte per dirne di essere parte
chi mangia al tavolo dei vincenti e non lo è.
L’addicted non conta è un solo spolvero,
tra i canini sporchi di coca di chi ne è giudizio
penna e bomba del fatto artistico, per cui colpa
splende nelle zanne dell’ipocrita che indeciso
affanna il parlato, abbevera la malizia e casca
sulle truffe che gestisce, fuori dalla credibilità.
Airdrop nelle classifiche, putrefatte di bugia
dove non prende aria il motore della colpa.
Stringo le miglia della belva nella penna,
divora il bene e lo squarta sul cemento:
è una tigre che non chiede perdono
ha solo sete di sangue di questa colpa,
guardano i fondi del vino le grammate
cercano lo smalto migliore, restano fuori
dalle paralisi di mercato, sono in vena
come automatiche la notte quando scavano
nella carne la colpa di chi ha giudicato.
Violenta la mano passa sulla fronte
pulisce il dolore la malattia, nella fame
della catena che lega il verme alla colpa.
Nell’attimo palpita il tempo di chi presiede
la cattedra del castigo e ne è legge della pena
che ha colpito la sua ampolla di fertilità.
Guardiani del segreto, smezzati dall’infamia
chi è rimasto, sull’affare copre il cielo
di colori freddi con gioielli d’avorio limati
da schiavi galeotti, li percuote ancora
i carillon della memoria, scuote l’eterno
le maschere di cenere i plastici mummificati
trascina le metodologie gli insegnamenti
di chi ha preso presto la strada, sui fatti dei novanta
ad oggi bellica ancora contro il Governo.
Lustra nel gioco dei distinti la Filosofa dei patti,
i pochi detti i pochi visti. Qui sta la colpa!
Che fa la mia legge, dove non c’è l’attrito per concordare
un eguale tra chi ha fatto storia e chi invece
storia dei mass media. Qui sta la colpa, nella fama
di non essere, quello che vedi nell’immaginazione
nella metamorfosi di una realtà che rappresenti
raccontata da chi non ha altro che colpa,
di questa grande bugia che conosciamo.
Noi, che dei fatti siamo carichi come rimorchi in viaggio
oltre le frontiere a portare questa realtà
che per loro continua a puzzare di marcio,
per loro che fanno arte sulle sdraio del Narcisismo
in cui noi abbiamo avuto coraggio, i punti fossili
da cui non ho perso e non indietreggio, la strada
dove ho messo il talento, lo scudo che non si rompe.
Questa è la colpa che giudico, dal mio cemento.

-LA PLAZA-
Discussioni di grossa fama, in vicoli nascosti nel presente,
l’affare che gira sulle rime della Stella Malvagia. Il prezzo
è a mercato, vale la sua firma d’Artista della lettera.
Ti nuoce e fa male, il sapere della sua crudeltà, marca
nel nome della Libertà e della scelta, starci fuori o in mezzo
alla platea della piazza, scossa dal fondo ragionevolmente.
Il metro di paragone è sul fatto, di chi ne hai vissuto e come
dove gira il carato della penna, su che occhi corre il vero
di questa piazza, taglia come un’infame la verità del fatto
ne è un giudice il poeta, che fa la piazza del suo mercato,
con la storia in proiettili, in quel silenzio che colora di vero
la merce in busta, nelle librerie nelle biblio della nazione.
Il Vangelo dell’Underground, spacca la testa in opposizione,
valuta il diamante, ne fa prezioso insegnamento e ragione
crollerete nella ricerca della qualità, il carato della lezione.
La piazza dei dipinti, di un poeta surrealista. Murale illegale
della libertà di parola, della libertà della sua piazza:
monumento della pretesa di ragione e della sua giustizia.
Nel fiore degli anni, vantaggio del talento di grazia
di fame, di esperienza, di prestigio, del suo peso e malizia.
Le stesse parole che rompono le labbra, sono le ceneri
dei contrasti, nel nucleo della legge, sono rimaste ceneri
forza del giro della mia piazza, della verità di questi fatti,
venduti dal Poeta sulle lingue della critica, nei posti comodi.
La confessione di Marziale, un latino che provoca i moti
le rivoluzioni dello stile, una nota di lode, contro i vostri torti.
Lo vedi a cosa lavoro, è un affare sporco, una fiamma
che brucia che festeggia l’ardore, abbassi la canna corta
e te ne vai, lontano dai miei quadri, in cui l’arte esposta
ha l’odore di vernice, contro il plagio della tua giudice.
Differisce l’ora quando muove, la materia che piace
al lettore, che osserva il grafico letterale che espone,
dentro le AirMax nel sintetico della Nike,
nel raggio di luna che splende sul mio ghigno.
La notte, mentre torno a casa.

-IL PUBBLICO-
Quanto vali Poeta? Un cortometraggio, una citazione.
Pesa il mio verbo, è un vinile registrato in piazza
sulla strada criminosa, arrapante, perfida malfatta e ladra
il mio verbo è un carato letto dalla crema della nazione,
inciso sulla quiete di chi vuole morta, questa piazza
che sanno già, dei colori freddi, fluo multimediali
pastelli maestri del prezzo di un’informazione,
venduta agli occhi che corrono, sul mio verbo giudice.
La stampa generale, accomoda la critica della Poesia,
loro smidollano il tuo ego d’artista, poi ti rendono
quello che meriti, sono i critici, i professori seduti
su anni di servizio a dire di Lotte Armate, loro no di certo
non vanno dimenticati, dalla storia, loro sono i critici.
Sai già il prezzo a cui ti vendo questa informazione:
corri sul mio Verbo, potresti perdere aderenza dove,
pesa sotto zero il mio Vangelo hardcore scritto del pianto,
della strada su cui resto. Faccio Arte, il secchio nero
lo conosco bene, la mia lezione di violino bianco
la mia informazione artistica è un pregio carato
illegale, dell’accessibilità alle parole del pubblico.
Il pubblico ministeriale che sbatte le mattonate,
sul capo saldo di un Artista d’oro, un ceppo sano,
dell’Acheronte sfluviato in questi ultimi cinquanta anni.
Il mio prestigio illuminato della letteratura italiana.
Lì dove ti domandano dell’Artista, risponde l’occhio vero
di chi mi darebbe venti rose per comprare il libro,
soltanto un osservatore della verità o un ladro
che vuole moltiplicare la sua invidia del carato.
Il mezzo di trasferimento della verità, la storia
racconti, narri nei tuoi fatti, della mia Arte.
Cosa dietro un principio, dipinge l’età la polvere
il passato dentro una strofa che compie il fatto,
il suo storico prende la quota, ne è il palmares,
l’autentico, la mandorla il verso la sodomia
alla sua qualità. Un Logo Pubblico che rappresenta
la voce fredda della sua giustizia, in quelle parole
le lacrime d’oro carato nel millesimo cartesiano,
la mia contesa, il duello del controtempo, sono
l’hardcore tekno che melodica nell’ingranaggio
difficile del Rolex da cui compro il gioiello.
La farfalla che volteggia nella melodia dell’informazione,
il banco rotto, la ripresa hard il toro in carica.
Così, è il pubblico che non vendo, di questa storia.
Seguono gli occhi sull’indicatore è accesa la spia
sale come una candela giapponese alla luna,
chi sa di questa verità, del vangelo che scrivo,
è il pubblico che legge il mio verbo, il pubblico
che non vendo, autentico, delle street’s fame.

-LA LECTIO-
Sono due le versioni, della lezione della critica.
Il significato che nasce da un punto zero e va
dove arriva la parabola, di cui esprime Arte viva.
Nascere in fondo alla fortuna, dove tutto è dato
scontato da meno fatica, nella quota nel valore.
Il talento lo puoi mettere in gioco e accelerarlo:
quando suona la cadenza con cui gestisce la verità.
Il Giro di chi legge la lectio, di questo registro di vita
conosce il significato, espresso in fatti, il suo peso:
micrografato in firma, con cui vende l’informazione.
Un lavoro nell’unicron della storia, apre dai blindi
della legge, una verità che sta di fatto, nella lectio.
Né sono uscito da solo, dal Tornado che mi ha spedito
senza casa, senza madre, senza speranza,
senza la fortuna, di avere un aiuto di chi in dottorato.
Nessuno, ha mai giocato una carta su di me
quando mi hanno portato dentro i registri a sbarre
della legge Italiana. Nessuno m’ha creditato:
ero solo di fronte al becco, dove c’era
la mia abilità, di ghost writer del carato
non è riuscito a beccarmi, ha provato
milioni di volte, a uccidermi, il sicario
non ci è mai riuscito. Sono la fuga della notizia
di cui senti la melodia, il rispetto che do
di fronte alla problematica del senso, oh!
Se mai provi a pensarci, a quanto è dura
questa lectio da club, da chiusura, era
il tempo, di cui né ho fatto lectio, giovane:
oggi l’esperienza in verifica, puzza d’oro
gli anni in cui ho palabrato il registro
segna la storia, dal micron alla rapidità
del buio, alla stessa lectio che in lettera
vive, dopo milioni di fatti, di una storia:
fa male il ricordo, m’abbevera la sfilata
di memorie che non provocano il danno.
Di quanto poi, ce ne sia stato nel pianto
del Vangelo in cui il rispetto è il carato
con cui scrivo la lettera, il millesimo
sotto la storia, la fama di chi resta in piedi
dopo aver girato la letteratura con una vite.
Quando parli del mio carato surreale,
la virgola che spacca il respiro porta l’essere
al livello della supremazia, della sua lectio.
La mente fredda, di chi è stato escluso
con dispetto, da chi ha scavalcato
la ragione di una lezione, e s’è schiantato.
Possa essere un valido senso la comprensione,
non soltanto il rimbalzo del proiettile pulito
nella fronte del morbido, agiato e onesto
show dei talenti in televisione. La verità,
di ciò che vedo, il suo corvino passo,
presiede le aule delle capitolazioni, dove
ci sono ferri di mestiere che tagliano,
su una guerra di fame, che apologizza
la coscienza nel minimalismo, in cui
cosa vuoi dallo sbaglio! Un punto zero,
una rettifica al giudizio di ciò, nei segreti.
E’ la lezione che do dalla strada, alla verità
del rispetto che rendo a chi è abile,
è la derivata della parola, il fluttuare, cifra
volteggiante del record che ho nella storia
di poeta versatile al sismografo, che registra
i moti del suo stile, l’esibizionismo fuori
dalle tue classifiche personalizzate, dove tace
il parere che oppone, dicendo che ciò non lo sia.
Il fatto, di una crepa dentro il sistema, che perde
malvagità cresce la natura umana con ferocia.
Capisco il senso, non di certo l’arte di questo male.
Arpie tradenti il vero, il mezzo fattuale per creditare.
Non certo bisogno della televisione, per svirgolare
sulla legge e venirne fuori pulito, no grazie.
E’ la maniera con cui disegno il Nismo di poesia,
la velociforma della realtà, surreale nella sua tecnologia.
E’ il carato, ricerca della storia, la qualità dell’info.
Questa lectio viene dal profumo, di chi ha dipinto
i fatti della storia, in cui hanno visto, quel colore
di vero, utile sacrificato e famoso per tendere,
a una diritta, in cui la picca non ti uccide, resti
a governare il giudizio, di chi sai sulle cornici.
Così è uno scivolo, sotto il limite, e resta
così è tale, nel fatto l’informazione relativa
a cosa tende la quota della mia firma d’artista.
L’abbattimento della paura di non capirne,
se c’è davvero la paura di non capirne. E’ una lectio
che schizza sui lucidi pietrifica il record,
microgramma storico vero dell’Epoca.
Il Vangelo della Stella Malvagia è il codice
unicrominato dentro l’algoritmo della letteratura,
con la quota in credito in piazza, garante
della verità, del fatto venduto, del percorrere
della puntina sulla storia, il suo valore
la crescita nel micro tempo, la foto.
La lectio ha il suo prestigio, è un nome
firmato una competizione vinta. Stampato
sul grafico storico del tempo, puzza di vernice
il carato di questo dipinto, è il giudizio
di cui ne è portatore. Un giudizio storico.

-CLUB Q, CHIUSURA-
Vorresti saperlo già stampato il bpm in record, nei palazzi della Techno.
Il prossimo vantaggio del suono, il primo contrabbasso sul piatto
del tamburo della cavalcata, il brillante del campione che preme l’udito
muove la danza dell’Underground sotto le bandiere della Zurigo.
C’era Villalobos in chiusura vestito di sudore del Club, del capitano
dell’etichetta elettro della street parade, al ciglio della consolle firmata
flauta la melodia del disco, la marlboro che ci siamo smezzati
con te di Stoccarda, a raccontarci nudi su un divano volevi il taxi
che portasse a casa avevo poche rose, il suo sorriso dopo il limone,
ha fatto le danze, consumate con la ninfa, sotto processione del sound.
Questa fuga del colore della serata, chiudeva la festa, il club bombato
sotto consolle con lo strumento in performance, tanti alla fonte
bello e striato il neon del club pieno di festa e di danze techno.
I fischietti, gli zainetti old school, i vodka redbull, il ricordo marcato
dalla serenità, il ballare con la mente libera i tuoi baci con il rossetto.

-RIFLESSO-
Costa una lode il riflesso pragmatico, negli anni amara aura
della grammatica, fluido mobile della mia generazione vera.
Presa diretta sul peccato, commesso contro l’artista d’epoca.
Lascia fluire il significato dagli aloni di battaglie, condotta
picchiata nel verbo con manganelli di stato, presto esatta
nel posto della congiura delle leggi, trova la sua risposta.
Ho marcato le lenti dell’ispezione, per dare in luce la posta.
Un futuro inflessibile, grigliato e comandato da squadristi
governi formidabili della pena, il confronto degli equilibri.
Non puoi autorizzare la svalutazione, dei sanguinosi libri
lotta per cui esiste un presente, forte percepito dai molti.
Popolo che albeggia sulle note del club, chiuso in segreti
storici di tradizione dell’arte il riflesso della sua produzione.
Costa un volto, celebrare la ripetizione nella sua griglia
speme del nucleo che corrompe la sua durezza di madama,
storica annerita di prezzo, sui complotti dei tagli, rivolta
alle cariche in dolore, fuori dai despoti, di questa repubblica.
La lode ha uno squarcio, nel profondo, cucito a lacrime
di impegno, nel fuoco della città dove cresce dalla cenere.
L’Arte di crescere dentro ai movimenti del pensiero,
sillabe di preferenza alla legge politica, alla forma costante
del guadagno come mercificazione, del climax sovresposto
di ciò che non si è capito, dalla spinta fatta, davvero.

-IL CREDITO-
Preme sul senso delle discussioni, il fatto rabbioso
esorcizza le coscienze di coloro che affinano l’odio
contro la mia vita, dire che sia un problema a chi
o come individua il caso, del senso di rispetto, poni
sulla bilancia il valore e il rispetto, delle cose fatte.
Il credito è ben noto, che mi dà la strada sui modi
in cui esprime riverenza. La rivalità aggrada l’insulto
il mezzo di espressione è l’ignorante, così percepisco
il valore della mia critica, dove pongo senso di lusso
alla coscienza nella mia pace tra le strade, nemico,
vecchio nemico d’amicizie fallite, in abbeveratoi borghesi,
dal blocco della mia generazione, ho il rispetto,
dopo anni di deviazioni, di calcature, di imprecisi
fatti minuziosi della realtà che mi appartiene, ovvero
il peso della sillaba che ti cuce la bocca, quando
il credito è ben pagato, sulla sporca strada degli annali.

-IL VITTO D’ARTE-
Comprare un regalo ad una poetessa
con la tasca vuota, il ghigno degli sbirri alle costole,
dove trovi le rose per farle un regalo.
No, non ci sarà Schubert in cerimonia in teatro
per te c’è soltanto una parete di rosso sangue,
una metrica con poca concentrazione,
la mia mira era drogata. Lo sputo di quell’arrogante.

Nasceva beata la nostra canzone, picchiata e morì
nel mercato degli anni zero.
Non ci sono riusciti ad uccidermi, loro hanno fallito.
Nel mercato degli anni zero.
E’ lo stesso regalo che volevo farti, lo vendono ancora
senza polizia, senza sangue, senza sputi.
E’ la particola delle odi, è questa fiamma,
la stessa metrica con cui festeggiano il loro fallimento.
L’hardcore che ti dedico profuma di novecento,
quella guerra non ho perso, senza travestimento
in piedi in piazza la notte, a scrivere d’amore
sulle note di Einaudi le lacrime pressate nel vento
il foro lasciato dalla Smith & Wesson nel cemento,
è cambiato il teatro sono rimasto lo stesso,
e loro, hanno perso. Il regalo per te, è sempre lo stesso.
Chiedilo agli artisti, a chi c’era contro di loro,
tutti loro, una massa infinita di predicatori di successo.
Il vitto di questa tavola, l’inno degli anni d’oro.
L'inno poetico, dedicato agli artisti del Re del convivio.

-MAGAZZINI GENERALI, JETLAG-
Tutto il club nella melodia, al ritmo del bassground
scozza la mente dalla violenza, correva la notte
nei neon digitali fluo dei magazzini generali,
era l’elettro minimal di Lele Sacchi a muovere
la danza, la ripresa in battitura nei bpm del sound.
Ballavo, l’elettro techno le sere con i gin lemon
anni meravigliosi, spesi bene nel suono musica
delle mie notti milanesi. Si era sempre preparati sui djs.
Passavano cosi i venerdì tra le risate in sala club e ladies
conosciute tra due tiri di super polline e skunk olandese.
Dicevo che venivo da Lodi, storcevano il naso, le bimbe.
Anni troppo forti nel ricordo, del club di neon underground,
cultura espressa nelle forme perfette della minimal,
resta un sorriso, che sbarra quel tempo dietro la gioia,
la stessa elettronica che porto nel cuore, della gioventù.
Anni di serate, anni di felicità in cui non si moriva più.



-LA LORO NUVOLA-
Il vento del dolore soffia il flauto la sua melodia,
ti costruisce la chiesa delle sentenze espresse
il plagio della carriera di una vita,
il dipinto della non ragione.
Possibile che arrangia la fame con il suo sangue,
le vittime delle manate nelle lacrime di gioia
dell’arroganza sull’arte.
La democrazia argomentata sui patiboli.
Il vento che soffia la vela dei perbenisti
quel dolore che annebbia i suoi sudditi.